il mio quadernetto di appunti

Cosa vuol dire 'artigiano'?

Cosa vuol dire essere artigiano oggi, lavorando nel campo delle installazioni d'impianti? Me lo chiedo spesso.

Fino a tutti gli anni '80 , per intraprendere un'attività artigiana, bastava dichiararne la volontà. Le autorità preposte davano l'assenso senza verificare nulla, salvo forse la fedina penale e i protesti del richiedente. Bei tempi! Quella era vera 'deregulation', vera 'precarietà', ma in senso positivo: infatti, chiunque poteva mettersi sul mercato, contribuire ad esso, confrontarsi con esso, risultare premiato o punito, avere successo o cambiare mestiere senza problemi.  Io a suo tempo ho fatto così e non ho ancora cambiato mestiere.

Le cose sono tanto cambiate, in soli vent'anni, che i giovanissimi degli anni '80, e giovani di ora, sono spiazzati. Chi vuole fare l'elettricista, o l'idraulico, oggi non può. Oggi, ovvero dal 1990 in poi, in base alla legge 46/90 per intraprendere un'attività artigianale d'installazione d'impianti ci vuole la laurea nel settore, oppure ci vogliono un diploma nel settore più due anni di pratica come dipendente in una ditta del settore, oppure -in assenza di diploma- tre anni da dipendente.

L'ovvia conseguenza di ciò è che, ad esempio, un idraulico capace con una vita d'esperienza ma privo dei requisiti di legge e dei titoli di studio è costretto a lavorare (a regola d'arte) letteralmente di nascosto, mentre un giovane neolaureato che non ha mai nemmeno visto lavorare qualcun altro da vicino può aprire immediatamente un'attività sedicente artigiana con tanto di graziosa segretaria a scrivania mandando a lavorare avventizi inesperti e demotivati, presi dalle cooperative e pagati cinque-sei euro l'ora (ma venduti a venticinque) per fare pasticci che nemmeno si cura di conoscere.  E, quel ch'è peggio, ormai la media della clientela considera normale ciò che in realtà è un pasticcio.

Buona parte del mio lavoro consiste ormai nell'aggiustamento e nel rifacimento di pasticci...

'Una volta' non solo i certificatori certificavano e i controllori controllavano, ma soprattutto i clienti sapevano cosa volevano e cosa compravano, e non confrontavano solo i prezzi. E se tentavi di prenderli in giro, ti rieducavano loro... Una volta, qualsiasi persona lo volesse poteva iniziare un'attività in proprio, e se non era bravo magari lo diventava, (io sono stato uno di quelli, e non ho ancora finito d'imparare a mie spese) o magari cambiava mestiere, sempre comunque la clientela lo premiava o lo puniva per ciò che faceva, nè più nè meno. E lavorare era bello.

La sciagurata 'autocertificazione' che ha preso piede oggi serve solo per far lavorare meno o niente i certificatori, i quali sono ormai impegnati solo a legiferare norme che, col lodevole intento di curare la qualità dei materiali, dell'installazione e della sicurezza del lavoro, di fatto spesso ottengono effetti contrari. 

Oggi nell'impiantistica è obbligatorio impiegare materiali predefiniti, a norma, di qualità genericamente uniforme e genericamente sufficiente ma non adatti a tante situazioni particolari... E ogni situazione è particolare, a ben vedere. Tali materiali hanno la pretesa di servire a fare impianti sicuri anche se installati da personale avventizio, o addirittura pretendono di essere 'a prova di stupido'; non solo di utente stupido, ma persino -e questo è davvero troppo!- d'installatore stupido. Questo è ovvia e doverosa conseguenza delle continue evoluzioni delle normazioni e prescrizioni di sicurezza, ma di fronte all'installatore stupido, o demotivato, incapace, disattento, menefreghista... non c'è norma che tenga.

Infatti è evidente che nulla può supplire alla mancanza di buon senso, ed è chiaro che -se non tutti gli utenti stupidi- almeno tutti gli installatori privi di buon senso dovrebbero essere messi nelle condizioni di non nuocere, piuttosto che essere obbligati ad installare i materiali 'in un certo modo'. Paradossalmente gli impianti o le parti di essi fatte per essere a prova di stupido sono inadatti ad un uso attento e appropriato. E i materiali non normali, per fare cose non normali, sono spariti o di fatto introvabili. Perchè lavorare in modo non normale, cioè -letteralmente- fuori dalle norme, è vietato.

Il risultato è un appiattimento verso il basso della qualità e della durata degli impianti, oltre a una diminuzione della retribuzione di chi li fa mentre il costo per l'utente aumenta. Già, perchè... Chi paga i normatori e i certificatori? Un'azienda anche piccola, per comprare le certificazioni ISO e i controlli di qualità (sì, in pratica si tratta di obbligo all'acquisto di servizi) deve spendere cifre rilevanti, che incidono su scelte e possibilità dell'impresa.

L'imprenditore manifatturiero o impiantista ha margini di qualche punto percentuale, non di più. Non può e nemmeno vuole licenziare, ci mancherebbe; gli operai gli servono e gli stanno bene uno per uno, personalmente. Non vuole ridurre il suo tenore di vita, alto o meno alto che sia, raggiunto in molti casi rischiando tutto ogni mattina come ogni imprenditore onesto e senza protettori, non vuole vendere un pezzo di azienda o di casa per pagare le certificazioni, e ciò è pienamente legittimo. Da dove, dunque, costui tira fuori a forza i soldi per pagare a fondo perduto le certificazioni di qualità obbligatorie? Semplice: proprio dalla qualità delle cose certificate, che diminuisce per risparmiare quei soldi, e spesso diminuisce in qualcuno dei molti aspetti, pur importanti, che la certificazione non prende in considerazione.

Nel contempo, dato che il balzello delle certificazioni obbligatorie colpisce sia il produttore o impiantista del bene che tutti i suoi concorrenti indistintamente e ugualmente, ecco che, per l'acquirente del bene certificato, il prezzo aumenta. Infatti, ognuno degli imprenditori sa che la clientela troverà gli stessi aumenti anche presso la concorrenza; si raggiungono così più o meno gradualmente gli effetti di un accordo di cartello a scapito della clientela anche se questa non è certo la volontà delle imprese produttrici nè tantomeno degli installatori.

Una volta era il cliente a decidere tutto, e lo sapeva ben fare; non per nulla si diceva che era sacro, e lo si venerava. Adesso, grazie a quanto sopra esposto, lo scopo del 'bravo venditore' di un bene, o di un impianto, è mettere il cliente nelle condizioni di non potergli nuocere a transazione effettuata.